Il voto sardo: quando il Delirio di Onnipotenza obnubila la Ragione

ELEZIONI

La vittoria del “campo largo” di un soffio ( e con le migliaia di “franchi tiratori” leghisti che hanno affossato il candidato di Meloni) sul postfascista Truzzu, per quel che riguarda l’azione della sinistra antagonista e conflittuale, politica, sindacale e sociale italiana, potrebbe interessare ben pocoPur tuttavia l’analisi di passaggi politico-istituzionali come questo in Sardegna mi sembra possa essere utile e opportuno pure per tale mondo di opposizione sociale, anche per comprendere quali, prevedibilmente, saranno i principali avversari partitico-istituzionali nell’immediato futuro.

Innanzitutto, può colpire anche l’osservatore meno politicizzato la notevole distanza, ancora una volta manifestatasi negli ultimi tempi, tra il voto nazionale e quello locale, sia comunale sia regionale. Va però ricordato che solo nei decenni di dominio DC (e del PCI nel campo dell’opposizione) esisteva omogeneità tra il voto locale e quello nazionale: omogeneità dovuta sia alla contrapposizione ideologica, culturale, politica e sindacale tra i due schieramenti, quello governativo dominato dalla DC e quello dell’opposizione egemonizzato dal PCI, sia al conseguente massiccio e ubiquo presidio territoriale da parte soprattutto di questi due partiti. Ma nell’ultimo quindicennio in Italia tutti (dai 5Stelle a Renzi, da Berlusconi alla Lega) hanno dovuto verificare l’incremento continuo di tale comprensibile discrasia, dato che sono andate via via svanendo le contrapposizioni ideologiche, culturali e politiche, con una diffusa indefinitezza persino a collocare le storiche categorie di “destra” e “sinistra” (vedi ad esempio il caso dei Cinque Stelle, ma anche la collocazione del PD). E conseguentemente la maggioranza dei partiti sono divenuti sempre più “leggeri” e virtuali, affidantisi all’esposizione mediatica e al ruolo di leader peraltro assai poco carismatici e assai vagamente caratterizzati ideologicamente e politicamente (per tutti, qui ed oggi, il camaleonte per eccellenza, il Fregoli della politica nazionale, Giuseppe Conte). E questa caratteristica prevalentemente virtual-mediatica dei partiti ne ha determinato una presa e un’organizzazione locali assai limitate (a parte la Lega in alcune province del Nord, ma anche lì in calo), con strutture locali in  genere evanescenti, che si rianimano giusto prima delle elezioni. Basti pensare che per la Sardegna si parla di PD primo partito, senza sottolineare che ha preso un consenso assai più ridotto di quello nazionale, un 13,8%, in presenza inoltre di un 50% o poco più di votanti. Insomma, a votare per il PD c’è andato a malapena il 7% dei sardi: e idem per FdI che si è fermato al 13,6%.

Ma, a parte tale vistosa discrasia, in questo caso ci sono stati errori davvero incredibili di Meloni. La presidente del Consiglio è riuscita, in maniera davvero imprevedibile, ad arrivare in palmo di mano alle gerarchie economiche, finanziarie e politiche mondiali: e non solo della UE, degli Usa e dell'”occidente”, ma con buon successo pure in India, Arabia Saudita, Dubai e Emirati Arabi, Qatar, Giappone ecc.: quando invece i più pensavano che proprio a tali livelli il suo governo sarebbe stato messo in grande difficoltà e isolamento. Però, sul piano nazionale è stata colta anch’essa, come prima di lei i 5Stelle, Salvini e Renzi, dal Delirio di Onnipotenza che obnubila, offusca e divora la Ragione. Tra una larga maggioranza degli osservatori politici, ma anche dei filosofi, degli storici, degli scrittori di ieri e di oggi, e pure tra i cittadini comuni di ogni epoca e latitudine, è sempre stata dominante l’opinione che il Potere non solo corrompe sempre e comunque ma che, appunto, offusca e inibisce il buon funzionamento della Ragione. Eppure un’altra scuola di pensiero, in Italia quella democristiana, con alle spalle l’esperienza millenaria della Chiesa cattolica, ha sostenuto, nella teoria e nella pratica e con Andreotti sommo ideologo in materia, che “il Potere logora chi non ce l’ha“: e da parte loro i DC dimostrarono che si poteva gestire un potere quasi assoluto – e comunque incomparabilmente superiore a quelli odierni di Meloni o Salvini e ieri dei vari Grillo, Berlusconi o Renzi – non solo senza perdere la Ragione ma anzi sfruttandola al meglio, facendo casomai “perdere la testa “agli avversari senza Potere.

Comunque, al di là delle possibili valutazioni filosofiche o ideologiche in merito, sta di fatto che, nello specifico, la confusione tra livello locale e nazionale ha provocato in Meloni e nel suo “cerchio magico” una summa di sciocchezze che in un paese normale le sarebbero costate davvero tantissimo. In primis, e in generale, la presidente del Consiglio non ha capito che accentuare la guerra con un Salvini – per il cui fallimento avrebbe potuto aspettare senza agitarsi le Europee – sarebbe stato per le Regionali in Sardegna un clamoroso autogol. E dopo avergli bruciato il candidato Salinas, Meloni ha improvvisato in brevissimo tempo e sponsorizzato quel Truzzu odiato a Cagliari e dintorni, per la pessima gestione del Comune, e addirittura il terzo sindaco italiano per impopolarità! Non contenta, ha preso a pesci in faccia Salvini pure bocciandogli sonoramente la proposta dei tre mandati per i governatori, provocando la rivolta degli amministratori locali veneti e non solo. E come effetto immediato ha ottenuto lo “sciopero del voto” per Truzzu da parte di migliaia di elettori/trici leghisti (o del Partito Sardo d’Azione) che pur hanno votato comunque per il centrodestra, non mancando però di “punire” Meloni, scaricandone il candidato, l’inviso sindaco di Cagliari.

Oltretutto, il rifiuto di consentire agli amministratori territoriali, siano sindaci o governatori regionali, di andare oltre il secondo mandato è un assurdo politico vero e proprio e una scelta largamente impopolare, tanto più se viene da chi, come Meloni, sia alla quinta legislatura di presenza in Parlamento. Perchè mai sindaci e governatori, che sono votati direttamente dai cittadini/e, dovrebbero abbandonare la carica dopo due mandati, persino se largamente apprezzati dai cittadini /e, mentre invece i parlamentari, che non sono davvero eletti dai cittadini/e che votano le liste bloccate dei partiti, possono rimanere vita natural durante in Parlamento? E per giunta quando in tutta Europa ci sono sindaci di grandi città che le amministrano, con il consenso maggioritario dei cittadini/e, anche per mezzo secolo? Non appare incomprensibile che chi, come Meloni e il suo partito, vuole il “premier forte” rivendicando la richiesta che il capo del Governo lo eleggano i cittadini/e, poi voglia impedire agli stessi elettori/trici di decidere per quanto a lungo vogliano ridare il voto a chi deve essere il loro sindaco o governatore regionale?

In generale, peraltro, nel caso della scelta dei candidati/e, è sorprendente l’incapacità di FdI di trovarne di decenti, continuando pervicacemente a sceglierli tra i fedelissimi/e. Di certo in questo Meloni non ha imparato niente da Berlusconi, che pescava i candidati/e non in base alla loro fedeltà nei suoi confronti ma basandosi sul grado di popolarità da essi/e acquisita: la fedeltà al Cavaliere arrivava dopo, in automatico, al momento di gestire il potere, avendo bisogno del supporto politico di Forza Italia e massmediatico delle TV e dei giornali berlusconiani. Meloni aveva già “toppato” alla grande a Roma con quell’impresentabile Michetti che regalò la vittoria ad un PD dilaniato da polemiche e scontri interni a Roma e nel Lazio; idem in Lombardia e a Milano con candidati di cui manco ricordo il nome; e ha completato l’opera con un Truzzu che ben sapeva “azzoppato” dall’ostilità in primis dei cagliaritani per la sconsiderata amministrazione della città. In tale clamoroso errore, ha giocato appunto il Delirio di Onnipotenza che le ha fatto pensare di poter coprire, come a Roma, nel Lazio e in Lombardia, l’inconsistenza dei propri candidati/e con la propria popolarità, acquisita però non a livello locale ma nazionalmente e internazionalmente: errore tanto più grave se poi la partita si gioca in una regione che dava comunque a FdI un consenso partitico ben al di sotto dei dati nazionali. Insomma, Meloni ha ripetuto lo stesso errore che costò la distruzione, in un colpo solo, del potere e della popolarità di Matteo Renzi con il famoso Referendum istituzionale: voler identificare un voto che riguarda altro con un vero e proprio referendum su se stessi, cioè pretendere che qualsiasi voto si traduca in un plebiscito sulla propria persona.

Ma persino peggiore per lei, non solo l’aver provocato la divisione nel proprio campo ma non essere stata capace di utilizzare la forte divisione interna che era in corso tra la direzione di Schlein e gli amministratori locali PD sulla vicenda del “terzo mandato”. Se lo avesse sponsorizzato, avrebbe ricevuto non solo il tacito consenso degli amministratori PD, ma messo in ulteriore difficoltà Schlein; e se Schlein, sulla linea dell’alleanza con Conte, avesse perso in Sardegna, si sarebbe ingigantito e consolidato il dissenso interno al PD che l’avrebbe portata nelle peggiori delle condizioni alle elezioni europee. Così invece l’ha rivitalizzata. Anche se Conte ha già bruciato l’ipotesi del “campo largo”, proponendo il “campo giusto” cioè le scelte nel merito, escludendo che seguiranno il “modello cagliaritano”, e cioè l’asse fisso PD-5Stelle; e rivendicando che la candidata era 5Stelle e che i voti li ha presi lei, non il PD. Insomma, se Schlein insegue Conte, poi dovrà lasciare lo “scettro” della gestione e dell’egemonia a quest’ultimo. E l’idea di un conflitto radicale tra Meloni e Conte (che nel frattempo ha occupato la Rai più di tutti e che domani non avrebbe scrupoli ad allearsi pure con Meloni) mi pare illusorio e comunque non credo proprio che apra a livello istituzionale alcuno spiraglio a ipotesi di messa in difficoltà “da sinistra” del governo, fosse anche solo sul piano del conflitto politico-elettorale-istituzionale. 

Dunque è bene non farsi alcuna illusione sul fatto che il risultato elettorale della Sardegna, che  peraltro potrebbe essere smentito a breve in Abruzzo, contribuisca a mettere in discussione il potere e l’egemonia politica delle destre nel nostro Paese. Anzi,  a tal proposito ribadisco la mia ferrea convinzione che senza una significativa “sveglia di massa” a livello popolare, con conseguenti ampie coalizioni, senza velleità egemoniche o di reductio ad unum, tra le strutture politiche, sindacali, sociali, conflittuali e antagoniste, codesto teatrino politico-istituzionale durerà a lungo, senza che le aree sociali di opposizione possano trovare la benchè minima sponda positiva ed utile a livello partitico/istituzionale.

Piero Bernocchi

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