Il caldo nei magazzini: se il lavoro diventa prova di resistenza
Nella logistica campana c’è un’emergenza che troppo spesso viene trattata come un problema secondario: il caldo estremo all’interno dei magazzini. Nei mesi estivi, lavorare in molti stabilimenti significa affrontare temperature elevate per ore, spesso in ambienti privi di adeguati sistemi di aerazione, raffrescamento e ricambio dell’aria. A questo si aggiunge, in numerosi casi, l’assenza di spazi realmente idonei nei quali le lavoratrici e i lavoratori possano fermarsi, recuperare le energie e trovare sollievo dalle condizioni climatiche proibitive.
Non si tratta di una semplice questione di disagio. Il caldo eccessivo può compromettere la salute, aumentare la fatica, ridurre la capacità di concentrazione e accrescere il rischio di incidenti. In un settore nel quale si movimentano continuamente merci, si utilizzano mezzi e attrezzature e si lavora spesso con ritmi intensi e obiettivi produttivi stringenti, sottoporre le persone a temperature insostenibili significa aumentare concretamente i fattori di rischio.
Eppure, nonostante l’eccezionalità delle ondate di calore e le indicazioni emanate dagli organismi competenti, le procedure di prevenzione vengono troppo spesso ignorate o applicate solo sulla carta. Le indicazioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e degli altri organismi preposti alla tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro hanno richiamato la necessità di adottare misure specifiche in presenza di condizioni climatiche estreme: organizzazione dei turni, pause adeguate, disponibilità di acqua, valutazione del rischio microclimatico, informazione dei lavoratori e misure capaci di ridurre l’esposizione al calore.
Ma cosa accade quando queste misure non vengono concretamente attuate? Accade che il rischio venga scaricato interamente sulle lavoratrici e sui lavoratori. È questa una delle contraddizioni più gravi del sistema. Da una parte si continua a parlare di sicurezza, prevenzione e responsabilità; dall’altra, nei magazzini, si pretende che le persone continuino a lavorare come se nulla fosse, anche quando le condizioni ambientali rendono il lavoro particolarmente gravoso e pericoloso. In molti casi mancano persino luoghi adeguatamente rinfrescati dove potersi riprendere durante le pause.
Una responsabilità che non può essere attribuita esclusivamente alle aziende che materialmente impiegano i lavoratori. Nella filiera della logistica esistono committenti, proprietari degli immobili, appaltatori e subappaltatori: soggetti diversi, ma inseriti nella stessa catena produttiva. Chi commissiona il lavoro e chi mette a disposizione gli stabilimenti non può ignorare le condizioni nelle quali quel lavoro viene svolto. Troppo spesso, invece, anche i committenti sembrano considerare il problema del microclima come qualcosa che non li riguarda. Eppure un magazzino adeguatamente organizzato e mantenuto dovrebbe garantire condizioni compatibili con la tutela delle persone e, laddove vengono movimentati prodotti alimentari o altre merci sensibili alla temperatura, anche con le necessità di conservazione previste dalle normative e dalle specifiche di prodotto. La tutela del lavoratore e quella della merce non sono questioni contrapposte: entrambe richiedono organizzazione, investimenti e responsabilità.
Il problema diventa ancora più grave quando il lavoratore che denuncia una situazione insostenibile finisce per diventare il problema. In alcuni contesti della logistica, secondo quanto viene segnalato dalle rappresentanze dei lavoratori, chi manifesta malesseri, chiede di interrompere temporaneamente l’attività o denuncia temperature eccessive rischia di essere considerato un elemento scomodo.La malattia può diventare motivo di sospetto, la richiesta di sicurezza può essere interpretata come scarsa disponibilità al lavoro e la denuncia di una condizione di rischio può trasformarsi nell’origine di contestazioni disciplinari o altre forme di pressione.
Una dinamica ancora più preoccupante riguarda le rappresentanze sindacali aziendali. Se una RSA segnala temperature incompatibili con la tutela della salute, non dovrebbe mai diventare destinataria di ritorsioni. Il compito della rappresentanza sindacale è proprio quello di portare alla luce i problemi, non di nasconderli. Colpire chi denuncia un rischio significa, in ultima analisi, colpire il diritto di tutti i lavoratori alla sicurezza.Il timore di perdere il posto di lavoro può diventare così lo strumento più efficace per mantenere il silenzio. E quando una persona sa che denunciare condizioni di lavoro pericolose potrebbe costarle il salario, è evidente che il sistema di tutela si indebolisce drammaticamente.
Per questo è necessario cambiare prospettiva. La sicurezza non può essere considerata un costo da sostenere soltanto quando arrivano un’ispezione, una vertenza o una causa giudiziaria. Deve diventare un requisito indispensabile per poter operare. La logistica è un settore nel quale circolano enormi interessi economici e nel quale la pressione sui costi può essere molto forte. Ma non può essere accettato il principio secondo cui un eventuale costo per l'impresa derivante da una condanna giudiziaria possa essere semplicemente considerato una voce di bilancio. Nessun risarcimento successivo può restituire la salute a chi l’ha perduta e nessuna sentenza può cancellare le conseguenze di un incidente grave o di una morte sul lavoro.
Per questo come sindacato chiediamo controlli immediati e realmente incisivi nei magazzini della logistica campana, con particolare attenzione alle condizioni microclimatiche durante le ondate di calore, alla presenza di sistemi di aerazione e raffrescamento, alla disponibilità di acqua e spazi idonei per le pause, alla corretta organizzazione dei turni e all’effettiva applicazione delle procedure di prevenzione. Servono inoltre controlli sull’intera filiera degli appalti, perché la responsabilità non può fermarsi all’ultimo anello della catena. Committenti e proprietari degli stabilimenti devono essere chiamati a fare la propria parte, verificando che gli ambienti nei quali si svolgono le attività siano compatibili con la salute e la sicurezza di chi vi lavora. E serve una protezione concreta per chi denuncia. Un lavoratore non può essere costretto a scegliere tra la propria salute e il proprio stipendio. Una RSA non può essere punita perché svolge il proprio ruolo. La denuncia di un rischio deve essere considerata un atto di responsabilità, non un’insubordinazione.
La vera sfida, dunque, non è soltanto affrontare il caldo di un’estate particolarmente difficile. È impedire che l’emergenza climatica diventi una nuova forma di sfruttamento. Le aziende che rispettano le regole, investono nella sicurezza e garantiscono condizioni dignitose non possono essere messe sullo stesso piano di quelle che fanno della compressione dei diritti e dei costi del lavoro il proprio modello competitivo. Occorre costruire un sistema nel quale chi non rispetta le norme venga controllato, sanzionato e, nei casi più gravi, estromesso dalle filiere produttive. Perché la logistica non può produrre ricchezza generando contemporaneamente degrado, precarietà, paura e ingiustizia. Il profitto non può essere costruito sulla sofferenza di chi lavora. Il caldo nei magazzini non è una fatalità. È un rischio che può essere prevenuto. La sicurezza non è una concessione. È un diritto. E la dignità del lavoro non può essere una variabile subordinata ai margini di profitto.
Se vogliamo una logistica capace di rappresentare sviluppo e occupazione di qualità, dobbiamo avere il coraggio di estromettere dalle filiere le imprese che violano sistematicamente le regole e premiare quelle che investono nelle persone. Perché dietro ogni bancale, ogni ordine e ogni consegna c’è una lavoratrice o un lavoratore. E nessun profitto può valere quanto la sua salute, la sua dignità e la sua vita.
Domenico Quintavalle COBAS Lavoro privato - Campania