L’abbaglio del “campismo”: quando la sinistra dimentica i diritti universali

bussola

Il panorama politico e culturale della sinistra "conflittuale" e radicale italiana si trova da tempo imprigionato in un cortocircuito concettuale e morale che ne mina la credibilità intellettuale e la forza politica: il campismo. Questa visione del mondo, rigidamente manichea, tende a dividere lo scacchiere internazionale in due blocchi contrapposti e inconciliabili. Da un lato vi sarebbe il "blocco imperialista occidentale", guidato da Stati Uniti, NATO e Unione Europea; dall'altro, un indistinto fronte di resistenza che comprende qualsiasi forza, regime o attore geopolitico che a quell'egemonia si opponga. La conseguenza inevitabile di questa dicotomia è l'applicazione cieca del celebre adagio" il nemico del mio nemico è mio amico", una scorciatoia analitica che trasforma la critica legittima al capitalismo e al militarismo occidentale in una giustificazione, aperta o tacita, per autocrazie, teocrazie e reazioni illiberali.

Il campismo contemporaneo nasce come una degenerazione ideologica di un anti-imperialismo meccanico e dogmatico, rimasto fossilizzato agli schemi del Novecento e del tutto incapace di evolversi dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda. Non si tratta più di sostenere sinceri movimenti di emancipazione dei popoli o storiche lotte di liberazione sociale dal giogo coloniale. Al contrario, la prassi campista porta oggi a sostenere governi, giunte militari e milizie fondamentaliste che con i valori fondativi della sinistra — laicità, giustizia sociale, diritti civili, femminismo, democrazia di base e libertà di espressione — non hanno semplicemente nulla a che fare, quando non ne rappresentano il nemico giurato.

Nelle piazze, nei comunicati ufficiali e nella pubblicistica teorica di questa componente politica, il giudizio critico su un regime non dipende da come esso tratta i propri cittadini a casa propria, ma esclusivamente dalla sua posizione formale sullo scacchiere geopolitico mondiale. Si assiste così a una serie di macroscopiche distorsioni ideologiche:

  • Teocrazie e fondamentalisti religiosi vengono riabilitati o tollerati, rubricati come "forze oggettive di resistenza" all'egemonia culturale e militare statunitense o israeliana.
  • Regimi autocratici ed etno-nazionalisti vengono difesi, giustificati o sistematicamente relativizzati pur di non convergere, nemmeno sul piano dei principi morali, con le posizioni delle democrazie occidentali.
  • Le genuine proteste popolari interne a questi Paesi vengono colpevolmente ignorate, silenziate o, peggio ancora, liquidate con disprezzo come manovre di ingerenza orchestrate dai servizi segreti filo-occidentali, bollando ogni istanza di libertà come una "rivoluzione colorata".

Il limite più grave ed esiziale di questa impostazione è il tradimento profondo del valore storico dell'internazionalismo. L'internazionalismo socialista e libertario nasceva infatti con l'obiettivo di creare una rete di solidarietà universale tra i lavoratori, gli oppressi, gli sfruttati e le minoranze di tutto il pianeta, a prescindere dalle frontiere e dal tipo di governo sotto cui si trovassero a vivere. Il campismo ha compiuto una fatale sostituzione: ha rimpiazzato la solidarietà concreta verso i popoli e gli individui con la solidarietà diplomatica ed ideologica verso gli Stati, i loro leader autocratici e i loro apparati di repressione.

Finché un regime dichiara di voler combattere l'Occidente, la brutale repressione del dissenso interno, l'uso sistematico della tortura nelle carceri, la segregazione di genere, la persecuzione delle minoranze religiose, etiche o sessuali vengono derubricate a "danni collaterali" necessari o a infondata propaganda atlantista. Questo atteggiamento crea un devastante doppio standard etico che finisce per privare di qualsiasi autorevolezza e legittimità la stessa critica sociale ed ecologica che la sinistra rivolge al modello capitalistico globale. Chi chiude gli occhi di fronte alle violazioni commesse dai "nemici dell'Occidente" perde ogni credito quando denuncia le ingiustizie commesse all'interno del proprio mondo.

Questa stortura ideologica produce un inesorabile isolamento culturale e politico, allontanando le nuove generazioni che sentono invece come prioritari i diritti umani universali, la libertà individuale e la lotta al patriarcato. Difendere principi emancipatori significa applicarli con impeccabile coerenza metodologica e morale, sia quando a violarli sono gli Stati alleati dell'Occidente, sia quando a farlo sono i suoi più accaniti avversari geopolitici.

Superare una volta per tutte il campismo non significa affatto sposare acriticamente le agende strategiche o le Guerre Sante delle potenze occidentali, né tantomeno rinunciare a un'analisi critica del colonialismo e dell'imperialismo. Significa invece recuperare una bussola etica ed emancipatoria del tutto autonoma. La vera alternativa al modello globale dominante non potrà mai coincidere con il sostegno a forme di reazione autoritaria o fondamentalista. La solidarietà di chi si batte per un mondo più giusto deve essere indirizzata sempre e solo ai movimenti di liberazione dal basso, alle donne che sfidano i regimi oppressivi, ai sindacalisti indipendenti e ai dissidenti, mai ai tiranni che li schiacciano.

Giovanni Battista Marranchelli  COBAS Pubblico Impiego - Pisa

Powered by eZ Publish™ CMS Open Source Web Content Management. Copyright © 1999-2012 eZ Systems AS (except where otherwise noted). All rights reserved.