Nel Lavoro Sociale il contratto non basta: serve un nuovo modello
Ventisei contratti nazionali, una larga parte dei quali scaduti, salari che non tengono il passo con l’inflazione e un turnover sempre più alto. Nel sociale esternalizzato la crisi del lavoro coincide con quella dei servizi. Da una rete di lavoratrici e lavoratori arriva la proposta di un contratto unico e migliorativo, ma con un obiettivo più ambizioso: riportare i servizi alla gestione pubblica.
C'è una contraddizione che attraversa da anni il sistema dei servizi sociali, educativi e socio-sanitari: sono attività essenziali per la vita delle persone, ma chi le svolge troppo spesso lavora in condizioni che non garantiscono né adeguate retribuzioni né sufficiente stabilità.
Il problema non riguarda soltanto le singole cooperative o gli enti gestori. È un problema strutturale, legato anche alla frammentazione contrattuale che caratterizza il settore. Secondo l'archivio dei contratti depositati al CNEL, sono 26 i contratti collettivi nazionali che coprono il mondo dei servizi socio-educativi, socio-assistenziali e socio-sanitari. Circa l'80% risulta scaduto. Tra questi c'è anche il CCNL delle Cooperative Sociali, il contratto di riferimento per quasi 500 mila lavoratrici e lavoratori, scaduto nel dicembre 2025.
Non è soltanto una questione formale. Quando i rinnovi arrivano con anni di ritardo, gli aumenti salariali non riescono a compensare la perdita di potere d'acquisto. Il risultato è un impoverimento progressivo di chi lavora proprio nei settori che dovrebbero garantire cura, assistenza, educazione e inclusione.
La frammentazione dei contratti produce inoltre differenze nelle condizioni di lavoro e rende più difficile costruire una reale continuità professionale. Il settore sociale esternalizzato registra da tempo un elevato turnover: lavoratrici e lavoratori entrano ed escono dai servizi, cambiano cooperativa, cambiano progetto, spesso cambiano anche territorio. E quando il personale cambia continuamente, a risentirne non sono soltanto gli operatori, ma anche le persone che usufruiscono dei servizi.
Il problema del lavoro, quindi, coincide con quello della qualità del welfare.
Un contratto unico e diritti più vicini al pubblico
Da questa consapevolezza nasce una proposta che non si limita a chiedere il rinnovo dell'ennesimo contratto. L'obiettivo è costruire un contratto di settore alternativo e migliorativo rispetto a quelli oggi applicati, prendendo come riferimento le condizioni economiche e normative del pubblico impiego.
La proposta, già elaborata alcuni anni fa dalla Rete Intersindacale Operatori/trici Sociali, è stata aggiornata con l'intenzione di aprire una nuova fase di discussione, confronto e mobilitazione. L'idea è semplice: se il lavoro svolto è essenziale e se le professionalità richieste sono spesso analoghe a quelle presenti nei servizi pubblici, perché le condizioni di chi lavora negli appalti e nell'accreditamento devono essere sistematicamente peggiori?
Il primo punto è dunque il salario. La piattaforma propone l'adeguamento della paga base a quella prevista dal contratto degli Enti Locali, con particolare riferimento al personale educativo qualificato. Ma la questione salariale non può essere separata da quella dell'orario.
La proposta prevede infatti la riduzione dell'orario full-time da 38 a 36 ore settimanali e una riduzione del lavoro frontale a 30 ore, destinando il restante tempo alle attività indirette: formazione, riunioni d'équipe, progettazione, supervisione, spostamenti, preparazione delle attività e documentazione.
È un passaggio importante perché nel lavoro sociale una parte fondamentale del lavoro rimane spesso invisibile. Il tempo trascorso lontano dall'utente non è necessariamente tempo improduttivo: è quello in cui si costruiscono progetti, si condividono informazioni, si affrontano situazioni complesse e si previene il logoramento professionale.
Basta con il debito di ore
Tra le proposte più significative c'è anche il superamento delle distorsioni legate alla banca ore e alla cosiddetta flessibilità negativa.
Nei servizi caratterizzati da chiusure stagionali o da variazioni dell'attività, soprattutto in ambito scolastico, può accadere che le lavoratrici e i lavoratori si ritrovino con un saldo negativo di ore non per propria responsabilità. Un meccanismo che genera una sorta di debito nei confronti del datore di lavoro e che può trasformare la flessibilità organizzativa in un problema individuale.
La proposta è netta: nessun lavoratore deve poter andare in negativo con le ore. La banca ore, laddove utilizzata, dovrebbe essere una scelta della lavoratrice o del lavoratore e non uno strumento per scaricare sui dipendenti il rischio organizzativo dell'impresa.
Lo stesso vale per le cosiddette notti passive. La richiesta è di superare definitivamente questo modello e ricondurre il lavoro notturno all'interno dell'orario di lavoro, con il riconoscimento delle relative maggiorazioni.
Sono questioni apparentemente tecniche, ma raccontano una realtà molto concreta: quella di persone che devono organizzare la propria vita intorno a orari imprevedibili, contratti part-time involontari, variazioni del monte ore e periodi in cui il salario può ridursi drasticamente.
La salute non può essere un costo
Nel settore sociale la questione della salute e della sicurezza non può essere confinata alla prevenzione degli infortuni. Il lavoro di cura implica un forte carico emotivo e relazionale. Il burnout, lo stress e l'usura psicologica fanno parte della realtà quotidiana di molte professioniste e professionisti.
Per questo la proposta inserisce la supervisione all'interno dell'orario di lavoro e la considera anche uno strumento di prevenzione del burnout. Allo stesso tempo vengono rivendicati più formazione, permessi aggiuntivi, maggiori tutele per maternità e malattia, diritti sindacali più estesi e un premio di risultato non legato a criteri arbitrari di produttività.
L'obiettivo è rovesciare una logica: non chiedere al lavoratore di adattarsi continuamente alle esigenze del servizio, ma costruire servizi sostenibili proprio a partire dalla qualità del lavoro.
La questione decisiva: l'internalizzazione
Ma anche un contratto migliore, per quanto importante, non esaurisce la questione. La prospettiva indicata dalla piattaforma è infatti quella dell'internalizzazione dei servizi e del personale nel sistema pubblico.
Il principio proposto è quello di riportare ciascun servizio alla committenza pubblica di riferimento: i servizi scolastici alla scuola pubblica, quelli sanitari e socio-sanitari alla sanità pubblica, quelli domiciliari agli enti locali.
Non si tratta soltanto di una scelta economica. L'internalizzazione viene indicata come una trasformazione politica e sociale capace di intervenire sulla qualità dei servizi, sulla continuità professionale e sul riconoscimento delle competenze.
Negli ultimi anni il tema è entrato anche nel dibattito parlamentare, ma il percorso sull'internalizzazione degli assistenti educativi alla comunicazione ha mostrato limiti e contraddizioni. Secondo il documento, la possibilità di assorbire il personale è stata in larga parte rimessa agli Enti Locali, senza sciogliere pienamente i nodi relativi a ruoli, mansioni e riconoscimento professionale.
Dal contratto alla mobilitazione
La proposta, dunque, non vuole essere soltanto un nuovo elenco di richieste. Il punto è costruire un percorso collettivo nei luoghi di lavoro e nei territori.
La contrattazione di secondo livello può diventare uno strumento per conquistare immediatamente condizioni migliori: eliminazione delle notti passive, regole certe sulla flessibilità, nessun debito orario, riconoscimento delle ore supplementari, maggiore stabilità degli orari. Ma per farlo occorre organizzazione.
Il documento ricorda che la piattaforma elaborata nel 2023 aveva raccolto 3.566 sottoscrizioni e approvazioni. Oggi l'obiettivo dichiarato è riaprire quella discussione e moltiplicare assemblee e mobilitazioni.
Perché la questione del lavoro sociale riguarda tutti. Riguarda chi assiste una persona anziana a domicilio, chi accompagna a scuola un bambino con disabilità, chi lavora nelle strutture educative, nelle comunità, nei servizi per le persone fragili.
Se il welfare viene considerato un costo da comprimere, anche il lavoro necessario a garantirlo diventa lavoro povero. Se invece viene riconosciuto come infrastruttura fondamentale della società, allora devono cambiare anche le condizioni di chi quel welfare lo rende possibile ogni giorno.
La sfida, alla fine, è tutta qui: non scegliere tra qualità dei servizi e diritti dei lavoratori. Costruire un sistema nel quale le due cose coincidano.
COBAS Lavoro privato – Operatori sociali - Roma