Stati Generali dei Precari in Appalto: il 12 giugno è stato l’inizio
Il 12 giugno 2026 il Teatro Palladium di Roma ha ospitato gli Stati Generali delle Lavoratrici e dei Lavoratori Precari in Appalto, giornata di mobilitazione nazionale organizzata nell'ambito di uno sciopero nazionale dei lavoratori e lavoratrici degli appalti proclamato dalla “Rete intersindacale” - Confederazione Cobas, CLAP – ADL Cobas, Sial Cobas. L'iniziativa ha coinvolto numerose realtà di lavoratori impiegati negli appalti della Pubblica Amministrazione e delle società partecipate — settori nei quali da decenni si concentrano le forme più diffuse di precarietà del lavoro pubblico, nonché degli appalti dei settori privati.
Un settore frammentato, una rivendicazione comune
Il mondo degli appalti pubblici è tra i più frammentati del mercato del lavoro italiano: controparti datoriali diverse, contratti collettivi disomogenei, cambi di appalto che spesso si traducono in incertezza occupazionale e salariale. Gli Stati Generali sono nati proprio con l'obiettivo di superare questa frammentazione, costruendo rivendicazioni capaci di tenere insieme i diversi "spezzoni" di lavoratori senza cancellarne le specificità settoriali.
Al centro della giornata, tre nodi ricorrenti in tutte le vertenze sugli appalti pubblici:
• bassi salari, spesso aggravati da ritardi nei pagamenti;
• part-time involontario, imposto attraverso l'organizzazione dei turni piuttosto che concordato con i lavoratori;
• mancato riconoscimento del giusto inquadramento e disapplicazione sostanziale dei contratti collettivi di riferimento.
“Il lavoro povero si annida dentro la pubblica amministrazione”
Le condizioni di chi lavora negli appalti pubblici sono identiche nei diversi comparti pubblici: sanità, giustizia, cultura, scuole ed università, servizi di assistenza, etc. Tutti gli appalti sono generalmente ad alta intensità di manodopera e mascherano spesso l’interposizione illegittima di forza lavoro. Unificare le lotte contro la precarietà nei diversi settori della P.A. significa quindi contrastare con più forza la principale fucina del cosiddetto lavoro povero. Lo stato di precarietà dei lavoratori degli appalti non è una questione settoriale ma incide direttamente sulla qualità dei servizi pubblici erogati alla collettività. Una battaglia che riguarda tanto il futuro occupazionale dei precari quanto la tenuta dei servizi pubblici essenziali.
L'internalizzazione al centro delle richieste
Tra le rivendicazioni emerse con più forza durante l'assemblea al Palladium, la richiesta di internalizzazione e di superamento del sistema degli appalti al massimo ribasso, il riconoscimento della contrattazione collettiva applicata al personale del committente, il superamento dei cosiddetti part-time involontari.
Le radici della precarietà: dalla Legge Biagi allo smembramento dell'appalto
L'appalto pubblico è diventato terreno privilegiato di sfruttamento grazie alle riforme del mercato del lavoro degli anni Duemila, e in particolare alla Legge Biagi (legge n. 30/2003 e decreto attuativo n. 276/2003). Presentata come strumento di modernizzazione e flessibilità, quella riforma ha di fatto legittimato e moltiplicato le forme contrattuali atipiche — somministrazione, staff leasing, contratti a progetto, part-time destrutturato — aprendo la strada a un uso sistematico dell'esternalizzazione anche nei servizi pubblici essenziali.
L'appalto, da strumento organizzativo residuale, si è così trasformato in un vero e proprio dispositivo di destrutturazione del rapporto di lavoro: la Pubblica Amministrazione affida interi servizi — dagli sportelli CUP ai call center, dalle pulizie alla assistenza — ad aziende e/o cooperative esterne, quasi sempre con il criterio del massimo ribasso. Il risultato è una catena di subappalti e cambi di gestione che scarica sistematicamente il costo della "flessibilità" sui lavoratori: turnover forzato a ogni cambio appalto, salari compressi per restare competitivi nelle gare, inquadramenti al ribasso rispetto alle mansioni realmente svolte e una condizione di ricattabilità permanente.
Vent'anni dopo la Legge Biagi, la vertenza CUP nel Lazio — con ritardi salariali, griglie orarie disattese, mancata indennità di trasferta e contributi previdenziali e sanitari integrativi non versati — è un esempio paradigmatico di come quell'impianto normativo continui a produrre effetti concreti sulla pelle dei lavoratori, ben oltre il settore sanitario.
Dopo il 12 giugno: rilanciare la lotta in autunno
Gli Stati Generali del Palladium non si sono chiusi come un punto di arrivo, ma come tappa di un percorso destinato a proseguire nei prossimi mesi. L'obiettivo dichiarato dal movimento è arrivare all'autunno con una piattaforma di lotta capace di unificare i diversi settori del precariato in appalto — sanità, cultura, giustizia, assistenza, pulizie, logistica, call center — superando la frammentazione contrattuale e datoriale che per anni ha impedito di costruire vertenze comuni.
Le parole d'ordine di questo rilancio restano quelle emerse a giugno: chiusura del sistema degli appalti al massimo ribasso, internalizzazione dei servizi pubblici essenziali, giusto inquadramento contrattuale e stop alle false partite IVA. Ma a questo si aggiunge ora l'ambizione di trasformare le singole vertenze territoriali e settoriali in un percorso di mobilitazione nazionale coordinata, capace di riportare al centro del dibattito pubblico la messa in discussione strutturale del sistema degli appalti, della precarietà, del lavoro povero, vent'anni dopo la stagione delle riforme che hanno devastato il mondo del lavoro.
Domenico Teramo COBAS Lavoro privato - Roma