Documento finale salonicco1

RETE EUROPEA PER LA DIFESA

DEL DIRITTO ALLA SALUTE

SEMINARIO ORGANIZZATO NELL’AMBITO DEL GREEK SOCIAL FORUM

19-21 giugno 2003

COSTITUZIONE DELLA RETE EUROPEA PER LA DIFESA DEL DIRITTO ALLA SALUTE

DOCUMENTO FINALE

SALONICCO

18 – 19 GIUGNO 2003

Premessa

Questo documento vuole rappresentare la prosecuzione ideale delle tre tappe più significative che hanno costituito la vita della rete europea per il diritto alla salute: il seminario FSE di Firenze, la riunione di Parigi e il Forum di Salonicco.

La piattaforma di Firenze, ripresa anche nel documento finale dell’Assemblea dei Movimenti Sociali rappresenta il punto di partenza di un progetto che ha come obiettivo quello di dare vita ad un movimento di massa in grado di porre con forza la rivendicazione del diritto alla salute, senza discriminazioni.

Nel seminario di Parigi i gruppi di lavoro hanno prodotto alcuni documenti per ognuna delle direttrici definite: salute ed esclusione sociale, salute nei luoghi di lavoro e ruolo degli operatori nella trasformazione dei servizi sanitari, sui quali abbiamo cercato di dare vita al dibattito nelle varie istanze della rete.

Un dibattito che deve ancora crescere e svilupparsi e che può essere sintetizzato in questo documento che riunisce la pluralità delle argomentazioni.

Non sappiamo ancora se questo scritto potrà trasformarsi in una vera e propria piattaforma della rete europea, ma sicuramente ne trarrà giovamento il confronto in atto fra sensibilità anche differenti accomunate però dal principio basilare che la salute non è una merce, ma un diritto inalienabile della persona.

Sanità e Globalizzazione

In tutta Europa si assiste ad un lento processo di trasformazione dei Servizi Sanitari: in alcuni paesi questo processo è avanzato e perfettamente allineato con le direttrici mondiali della OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e dell’accordo AGCS (Accordo Generale per la liberalizzazione del commercio nei servizi).

La tendenza é dunque chiara: trasformare questi servizi - in larga maggioranza di natura pubblica - in luoghi di produzione industriale della cura, dove la salute diventa una merce tra le merci e dove allo Stato non compete più la funzione di sovrintendere alla salute individuale e collettiva perché questa può essere interamente trasferita ai privati.

Questo comporta inevitabilmente una modificazione radicale delle strutture deputate ad erogare servizi, perché le stesse non devono più rispondere ai criteri di prevenzione, cura e riabilitazione ma unicamente a criteri economico - aziendali, dove le politiche sanitarie spesso si limitano a forme di speculazione economica sulle patologie.

Tutto ciò ha ricadute dirette sulla popolazione che utilizza i Servizi perché determina una vera e propria selezione sulla base del reddito fra i cittadini che possono pagare costi sempre più elevati per accedere ai Servizi. Le attuali politiche sanitarie infatti hanno individuato come maggiori responsabili della lievitazione della spesa proprio gli anziani (fasce di età > 65 anni) in quanto risultano i maggiori utilizzatori delle strutture e nel contempo i maggiori consumatori di farmaci. Saranno infatti proprio questi soggetti i destinatari delle politiche di restrizione della spesa dei Governi Europei, sia per quanto riguarda il sistema delle cure – sempre più costose – che del finanziamento degli Istituti destinati a garantire la prevenzione. É facilmente comprensibile che per la fascia di reddito medio – bassa, ed in particolare quella degli anziani, diventi sempre più difficile la garanzia di accesso alle strutture sanitarie, nei confronti delle quali si utilizzano anche forme di disincentivazione economica al consumo dei farmaci (ticket).

La conseguenza più evidente di questo processo é quindi la perdita del carattere universale del diritto alla salute, proprio per la sua irriducibilità e incompatibilità con un sistema sanitario sempre più basato sulla logica del profitto. Un sistema sanitario che garantisce le cure a tutti e tutte può reggere a due condizioni: il finanziamento fondato sul prelievo progressivo sui redditi e indipendente dal bisogno di cure, e il controllo pubblico e partecipato sulla spesa. Questo è a tutt'oggi il sistema più efficace per garantire, nello stesso tempo, la salute come fondamentale diritto dell'individuo e bene della collettività, e le cure sanitarie ai non abbienti. Inadeguatezze e limiti dei sistema sanitari pubblici - che tuttavia sono i migliori del mondo quanto a risultati di salute – sono la conseguenza del mancato rispetto di questi due presupposti.

In alcuni paesi come l’Italia questo processo ha avuto la punta di eccellenza nella trasformazione in Azienda degli Ospedali, passati da luoghi di riferimento per la cura a fabbrica di prestazioni sanitarie ed in particolare di interventi per patologie acute.

Una trasformazione essenziale perché quello a cui puntano le politiche sanitarie liberiste dei Governi Europei é la privatizzazione e la vendita delle strutture sanitarie diventate produttive: un processo che prevede l’ingresso dei capitali privati delle grandi Assicurazioni e delle Banche nella gestione di un nuovo sistema sanitario privatizzato.

Ancora una volta a discapito del reddito dei cittadini, dei lavoratori e dei pensionati, che per avere le stesse prestazioni sanitarie a cui avevano già diritto, dovranno in futuro pagare oltre alle tasse che già pagano anche una nuova Assicurazione sulla sanità.

La nuova fabbrica sanitaria così concepita deve rispondere quindi ad esigenze produttive essenziali :

  • Minimizzare i costi, facendo leva sulla riduzione del personale, aumentando vistosamente i carichi di lavoro degli operatori, utilizzando mano d’opera sottopagata e più dequalificata per i processi assistenziali.
  • Selezionare le prestazioni sanitarie più remunerative a danno di quelle meno complesse e meno convenienti economicamente.
  • Puntare ai pacchetti delle assicurazioni per soggetti sani che potenzialmente non corrono il rischio di ammalarsi, scaricando il peso delle malattie croniche sulle famiglie, cioè sul reddito familiare e sul lavoro di riproduzione sociale gratuitamente assolto dalle donne.

Salute ed esclusione sociale

Le politiche neoliberiste del FMI e dell’OMC fabbricano povertà, ineguaglianze e esclusione sociale, che si accumulano nelle grandi metropoli e in tutte le periferie del mondo, negando la soddisfazione dei bisogni primari e compromettendo la capacità di lotta e la partecipazione della popolazione alle scelte che la riguardano.

Le nuove forme di esclusione sociale dal diritto alla salute sono determinate principalmente dalla ineguale distribuzione e copertura dei servizi, dovuta allo squilibrio di risorse esistente tra nazioni e regioni. Questo ha comportato l’esclusione da un diritto primario e inalienabile, come quello della salute, della parte più vulnerabile della popolazione per i tagli alla spesa sanitaria, l’aumento dei costi diretti per l’acquisto dei farmaci e delle cure, l’insufficienza dei servizi cure domiciliari, la progressiva chiusura di molti servizi territoriali, anche di quelli rivolti a persone con malattie croniche, prevalentemente anziane, per la salute mentale e per le tossicodipendenze.

Le misure di contenimento della spesa pubblica e di aziendalizzazione dei sistemi sanitari pubblici stanno negando l’accesso ai servizi proprio alle categorie sociali meno protette, come i sans papier - che costituiscono la popolazione a più alto rischio di esclusione - e alcune malattie, anche gravi, che non sono remunerative in base ai sistemi di rimborso: in sostanza, i sistemi sanitari pubblici si stanno orientando a farsi carico per intero solo della fase intensiva delle malattie, di quelle che hanno durata breve, oppure di alcune malattie croniche che hanno una certa rilevanza medica

La salute sul posto di lavoro

L’analisi scientifica dice che i migliori sistemi sanitari, quelli che hanno più efficacia in quanto a risultati di salute e che al tempo stesso sono i meno costosi, sono proprio i servizi sanitari nazionali pubblici.

Le politiche liberiste nel campo della flessibilità e della frammentazione dell’organizzazione del lavoro portano a peggiorare la condizione lavorativa, aumentando gli infortuni e le malattie professionali, ed in particolare i tumori contratti in ambiente di lavoro - ancora largamente sottostimati rispetto alla loro entità reale - le malattie all’apparato muscolo - scheletrico e la sofferenza psichica (stress, burn-out), quest’ultime in aumento significativo in tutta l’Europa.

Chi ne fa maggiormente le spese sono tutte le categorie di lavoratori meno protette: gli immigrati, i dipendenti del settore dei servizi ed in particolare le donne, soggette spesso ai lavori più faticosi e ripetitivi ai quali si somma l’attività non meno gravosa dovuta ai lavori domestici, i cosiddetti lavoratori atipici (interinali, prestatori d’opera occasionale, ecc.,) e i lavoratori in nero privi di tutele in materia di sicurezza e di prevenzione sul lavoro.

Ma anche la classe operaia tradizionale è «sotto tiro»: dall'allungamento dell'età pensionabile, all'aumento dello stress legato alle esigenze di un’organizzazione del lavoro meno che mai a misura d'uomo, dai turni di lavoro "impossibili" con l’intensificazione del lavoro notturno ai ritmi di produzione sempre più elevati, dalla dilatazione dell’orario di lavoro con l’uso selvaggio degli straordinari fino alla violenza morale del ricatto.

Le normative in materia di sicurezza e di prevenzione hanno finito per essere lettera morta soprattutto quando si scontrano con le caratteristiche di un modo di produzione che le considera un onere aggiuntivo al costo del lavoro. Questo nonostante il costo sociale legato alla strage che si consuma quotidianamente (migliaia di morti per infortuni e per malattie professionali) sia elevatissimo in tutta l’Europa. Così come è ancora del tutto insufficiente l’investimento di risorse per garantire adeguate politiche di prevenzione.

Il rapporto pubblicato nel 2003 dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro), passato nella più assoluta indifferenza dei media, dice che ogni anno nel mondo 270 milioni di lavoratori sono vittime di incidenti sul lavoro e 160 milioni contraggono malattie professionali. Questo studio rivela che il numero di lavoratori morti durante l’esercizio del loro mestiere supera i 2 milioni l’anno … Dunque, il lavoro uccide ogni giorno 5000 persone! Questi sono i dati di una strage che non ha bisogno di aggettivazioni e di commenti, ma che con la loro crudezza dimostrano come diritto alla salute e lavoro, rappresentano una dicotomia nella filosofia capitalista e nelle politiche neoliberiste, anche nella nostra Europa ricca ed evoluta.

Le legislazioni in materia di sicurezza e di prevenzione risentono notevolmente di questa filosofia produttiva: spesso rappresentano il punto di compromesso minimo di una logica che parte dall’accettazione del rischio all’interno di un sistema produttivo. Un rischio che viene definito “minimo” perché mette in conto senza vergogna la possibilità che la prevenzione possibile/conveniente può non essere sufficiente per tutti. Un esempio significativo di questa logica è sicuramente rappresentato dalla scelta della cosiddetta “Comunità Scientifica” di stabilire Valori Limite per l’esposizione dei lavoratori a sostanze cancerogene. Con buona pace di tutti coloro che avranno soglie di difesa individuale inferiore a quella indicata ma che non rientrano nei parametri costo/beneficio.

Una filosofia fatta propria anche dalle istituzioni ufficiali come OMS, Agenzia Europea per la salute e la Sicurezza del Lavoro e dagli enti di ricerca scientifica, dagli istituti universitari, come lo IARC (International Agency of Research on Cancer) e più in generale da tutti gli istituti di normazione tecnica, spesso finanziati e diretti dalle stesse imprese che si battono, in nome del mercato e della competizione, per la totale deregolamentazione delle norme di prevenzione e di sicurezza.

In questo contesto col passare degli anni non solo si è assistito ad un sistematico ridimensionamento della capacità del sindacato di conseguire livelli più elevati di prevenzione, ma addirittura oggi i Governi Europei considerano la legislazione prevenzionale un vincolo alla produttività da rimuovere. E questo a partire dalle politiche di ridimensionamento del ruolo pubblico degli istituti deputati alla prevenzione e al controllo, e soprattutto dalla produzione legislativa europea che affida totalmente al datore di lavoro e al sistema di autocertificazione la sicurezza in azienda. Il tutto in un contesto dove si assiste ad un progressivo smantellamento degli organismi di controllo pubblici e ad una loro strisciante riconversione in organismi di consulenza che non avranno più compiti di sanzionare le violazioni delle norme di sicurezza compiute dei datori di lavoro.

L'amianto un obbiettivo di mobilitazione

Diverse ragioni ci hanno indotto a proporre la problematica dell’amianto come tema di una campagna europea e mondiale: fra tutti i prodotti tossici e cancerogeni che minacciano i lavoratori e la popolazione, l'amianto è infatti il più vecchio, il più utilizzato, il più conosciuto e il più micidiale: 100.000 morti all’anno secondo l'OIL.

Per lanciare una grande campagna contro il degrado della salute dei lavoratori al Nord come al Sud occorre un punto forte, un bersaglio, un simbolo. L'amianto simbolizza tutti i prodotti tossici ai quali lavoratori e cittadini sono esposti.

Solo il peso di una campagna mondiale permetterà infatti di esigere che le imprese e la Eternit in particolare – che per quasi un secolo hanno riempito di amianto i nostri ambienti di vita e di lavoro, nonostante che fin dal 1940 se ne sospettassero gli effetti letali sull’uomo - forniscano i dati relativi all’utilizzo di questo micidiale inquinante: dal numero dei lavoratori e di cittadini esposti, all’obbligo di informarli dei rischi legati a questa esposizione, dal finanziamento dei controlli medici all’indennizzo delle vittime e dei loro familiari.

La relazione fra esposizione all’amianto e l’apparizione dei tumori specifici dovuti all’inalazione delle sue fibre è oggi ampiamente dimostrata. Eppure per non pagare gli indennizzi previsti dalla legge, le imprese utilizzano molti sotterfugi, ad esempio evitando di rintracciare e risarcire i lavoratori ritornati nei loro paesi d’origine, oppure negando o sottostimando la malattia e la sua gravità, con la complicità di medici corrotti, come è accaduto alla Nicalit in Nicaragua. Fino alle manovre dilatorie nella definizione delle vertenze con lo scopo di ottenere l’estinzione della causa a seguito del decesso delle vittime.

La rivendicazione dell’indennizzo per tutte le vittime dell’amianto non ha come scopo solo il riconoscimento economico ma anche il riconoscimento morale per il danno subito. Sarà anche una occasione per discutere sulla presunta neutralità della scienza, visto che troppi scienziati hanno taciuto o hanno apertamente difeso gli interessi padronali negando colpevolmente la pericolosità dell’amianto.

Il ruolo degli operatori della sanità nella trasformazione-distruzione del Servizio Sanitario pubblico.

Di fronte a quella che ormai è diventata la sistematica devastazione/svuotamento dei servizi e la cancellazione del diritto per gli utenti – perché così si configura la progressiva esclusione dall’accesso alle strutture sanitarie – non si può assistere passivamente, assumendo un atteggiamento “neutrale” sperando di non essere toccati direttamente dalla ristrutturazione.

Su questo terreno riteniamo indispensabile l’interlocuzione con le forze sindacali contrarie alle politiche neoliberiste in sanità e fondamentale il ruolo che possono svolgere in questa delicata fase di trasformazione per la difesa e il rilancio dei servizi, a partire dall’impegno concreto di promuovere un nuovo modello di organizzazione del Servizio Sanitario, dove la salute non possa essere mai considerata merce di scambio, neanche contrattuale.

La nostra non è una difesa acritica del Servizio Sanitario, noi pensiamo che questo debba essere principalmente Pubblico, garantito a titolo gratuito e Universale. Ma allo stesso tempo crediamo che debba essere Umano, a misura di uomo e di donna, rispettoso del fabbisogno di cure dell’intera collettività, orientato a prevenire l’insorgenza della malattia. Capace quindi di promuovere un’idea di salute rispondente ad una reale qualità della vita, piuttosto che ad una generica assenza di malattia, intesa quindi come Benessere Fisico, Psichico e Sociale della persona.

A cosa servirebbe infatti avere ottimi ospedali collocati dentro una città dove si respira solo aria inquinata e dove continuano inarrestabili le produzione di morte? Unicamente a garantire la riparazione di corpi già destinati a rompersi, a devastarsi, ad ammalarsi di stress, in una società che non sa più fare prevenzione perché non sa e non può intervenire sulle cause di insorgenza delle patologie. In ultima analisi perché non è in grado di pensare ad un modello di sviluppo sostenibile e non governato dal consumismo

Difesa del Servizio Pubblico significa anche battersi per condizioni di lavoro degli operatori più dignitose, a partire dalla difesa del potere di acquisto salariale. Vuol dire anche difesa delle tutele normative soprattutto in questa fase in cui si sta facendo carta straccia di quello che fino a ieri si chiamava diritto del lavoro: la frammentazione e la polverizzazione delle figure professionali si accompagna con la riduzione della possibilità di tutela dei diritti anche in sede giurisdizionale, dove diventa sempre più difficile - se non impossibile ottenere giustizia - persino per le morti bianche.

Le esigenze di flessibilizzazione delle Aziende Sanitarie hanno creato livelli massicci di precarizzazione e di differenziazione salariale, favorendo processi neocorporativi e spinte alla contrattazione individuale che richiedono nuove strategie sindacali capaci di ricomporre e unificare gli interessi dei lavoratori e quelli degli utenti.

In questo contesto riteniamo fondamentale la battaglia contro la dilatazione dell’orario di lavoro, in tutte le sue forme. L’orario aggiuntivo infatti oltre ad essere uno strumento efficace per le devastanti politiche di riduzione del personale costituisce un elemento basilare nella logica del profitto della “fabbrica sanitaria”.

L’estensione dell’orario di lavoro rappresenta infatti il presupposto per l’aumento inarrestabile del carico di lavoro dei singoli operatori in funzione della produttività aziendale.

Noi crediamo che produttività aziendale e qualità dell’assistenza non siano compatibili: la prima è orientata solo ad un aumento del volume delle prestazioni sanitarie erogate in nome della logica del profitto, mentre la seconda - che è un elemento irrinunciabile della nostra concezione del diritto alla salute, contrapposta totalmente alla prima - pone al centro del suo essere la risposta qualificata ed umana al bisogno della persona malata. Per quello che necessita e non per quello che costa.

In questo contesto i processi di esternalizzazione rappresentano l’elemento maggiormente critico da analizzare. Questi processi determinano infatti una perdita dei diritti per i lavoratori in cambio di una flessibilizzazione e di una precarizzazione del rapporto di lavoro utile solo alle aziende per ridurre i costi e pareggiare i bilanci. Su questo terreno riteniamo fondamentale il ruolo dei sindacati antiliberisti per opporsi alla frammentazione territoriale e professionale delle lotte, perché la posta in gioco sono i sistemi sanitari pubblici nazionali e per il loro rilancio è indispensabile costruire luoghi e momenti di confronto apertoal contributo dei cittadini, delle reti delle associazioni che difendono il diritto alla salute. Bisogna costruire reti locali che abbiano la capacità di porre il problema del diritto alla salute coinvolgendo i cittadini su un problema che spesso è sconosciuto ed è oggetto di disinformazione interessata da parte dei mass media. É da queste reti che deve nascere la richiesta di un controllo popolare sui servizi sanitari, sulla qualità delle prestazioni erogate e sulle politiche sanitarie sviluppate a livello territoriale, costruendo un movimento per il diritto alla salute che tende a sottrarre questo bene inalienabile alle logiche di profitto.

Gli obiettivi della rete europea per il diritto alla salute

Obiettivo prioritario è ovviamente quello di sviluppare un movimento di massa che ponga la rivendicazione del diritto salute come bene colletivo ed inalienabile della persona umana.

Sosteniamo il rilancio e la riqualificazione dei sistemi sanitari pubblici contro le privatizzazioni delle strutture sanitarie, contro ogni forma di mercificazione della salute

Vogliamo che l’accesso ai sistemi sanitari pubblici:

  • abbia carattere universale per tutta la popolazione senza distinzioni di reddito o di cittadinanza
  • sia garantito a titolo gratuito , senza senza richieste di partecipazione individuale alla spesa e non improntato alla logica del profitto ma a quella della solidarietà collettiva.
  • sia generalizzato ed esaustivo di tutto il fabbisogno collettivo della popolazione, dalla prevenzione negli ambienti di vita e di lavoro alla cura e riabilitazione, senza limiti di tempo o limitata solo ad alcune patologie
  • profondamente umano, a misura di donna e uomo, rispettoso della dignità e della psiche degli utenti e dei lavoratori, non invasivo nelle cure

In questa ottica è indispensabile battersi e mobilitare le popolazioni europee per l’aumento generalizzato dei fondi destinati dai singoli stati ai sistemi sanitari pubblici, che devono rispondere ai bisogni di salute e valorizzare la professionalità come elemento di umanizzazione della cura

Ci battiamo per promuovere una cultura ispirata alla solidarietà sociale, al rispetto delle differenze, alla ricchezza delle diversità e alla reciprocità di relazione tra chi cura e chi è curato, per l’unificazione su obiettivi e lotte comuni;

La nostra idea di salute non può prescindere dal concetto di estensione dei diritto a tutti/e indistintamente. E’ per questo che perseguiamo un innalzamento qualitativo delle prestazioni fornite dai sistemi sanitari, omogeneizzando le punte di eccellenza e le esperienze più avanzate dei vari paesi a tutti i livelli, sia sul piano normativo che partecipativo

In questo contesto consideriamo strategica la lotta per fermare gli accordi sulla commercializzazione dei servizi l’AGCS (GATS) e la politica devastatrice dell’OMC (WTO), che hanno come obiettivo il blocco dei finanziamenti statali ai sistemi sanitari pubblici in nome del libero mercato, prevedendo addirittura sanzioni ai paesi che non si adeguano alla volontà dell’organo di potere delle multinazionali

Da questo punto di vista è emblematica la concreta esperienza rappresentata dall’accordo TRIPS (Trade Related aspects of Intelletual Property Right), che stabilisce le regole di commercializzazione dei farmaci L’accordo obbliga i governi a garantire i diritti di proprietà intellettuale (brevetti) sui farmaci, e quindi il diritto delle multinazionali del farmaco di imporre prezzi inaccessibili per la stragrande maggioranza delle persone malate. Con la Dichiarazione di Doha (2001), l’OMC si era impegnato a definire un elenco di malattie e di paesi per i quali sono consentite deroghe, avviando un negoziato per di consentire ai paesi poveri di curare malattie gravi ed endemiche di cui malaria, tubercolosi e Aids sono le manifestazioni più note ma non le sole, sia producendo direttamente farmaci “generici” (esenti da brevetto), sia - quando non ci sono le condizioni economiche per una produzione nazionale - importando farmaci a prezzi più bassi di quelli imposti dalle grandi multinazionali che detengono i brevetti dei principi attivi. Nell’ultima riunione dell’OMC, a fine febbraio, i rappresentanti degli Stati Uniti hanno ancora una volta bloccato il negoziato per favorire la lobby delle multinazionali del farmaco, con a capofila Big Pharma, ponendo limiti all’elenco sia delle malattie che dei paesi che possono essere ammesse alle deroghe. La Lila (lega Italiana Lotta all’Aids) ha denunciato che questa situazione provoca la morte di 10.000 persone al giorno, 3.000.000 all’anno. Più in generale, queste politiche comportano la denutrizione, la mortalità infantile e la diffusione di malattie epidemiche, la compromissione della salute riproduttiva delle donne, nei paesi del sud del mondo e mettono a rischio la sicurezza alimentare, dell’ambiente, della salute a livello mondiale.

Nel 2001 la rivista inglese The Lancet ha segnalato che l’AGCS mette in discussione il finanziamento dei servizi sanitari attraverso sistemi ridistributivi come la fiscalità progressiva, e quindi la copertura universale dei rischi, il ruolo pubblico nella programmazione, finanziamento ed erogazione dei servizi, in quanto sono ostacoli alla libera concorrenza.

In realtà, l’AGCS si colloca all’interno del processo, ormai trentennale, di dissoluzione del Welfare a favore dell’espansione del commercio nei servizi, perseguito dalla Banca Mondiale e del FMI attraverso il blocco della spesa pubblica, lo sgretolamento dei sistemi pubblici a copertura universale garantiti dalla fiscalità generale progressiva, le privatizzazioni ed il decentramento.

Le direttrici della nostra mobilitazione

In continuità con il documento elaborato durante il FSE di Firenze dalla Rete Europea per il diritto alla salute riteniamo necessario costruire localmente reti di associazioni e cittadini che rivendichino il diritto ad esercitare forme dirette di controllo popolare sulla modalità con cui i singoli stati assicurano la cura e le prestazioni sanitarie, affinché le stesse non vengano sottomesse alle leggi del mercato e delle case farmaceutiche.

La lotta per la riqualificazione dei sistemi sanitari non può ovviamente prescindere dalla rivendicazione di una qualità della vita differente da quella asfittica che ci viene concessa in nome di un progresso che tutto sacrifica alle sue regole. E’ importante raccordarsi con chi si oppone costantemente a tutte le forme di inquinamento che quotidianamente avvelenano la nostra esistenza: amianto, rumore, elettrosmog, solo per citarne alcuni.

E’ impensabile in questo senso slegare le lotte per la salute nei luoghi di lavoro da quelle per un ambiente di vita salubre. Abbiamo troppe volte assistito alla contrapposizione fratricida tra il lavoratore che lotta per difendere un posto di lavoro che produce morte contro il cittadino che non vuole più quella fabbrica … perché gli impedisce di vivere. Due forme di inquinamento a confronto: quello “sociale” prodotto dal rischio di perdere il lavoro e quello classico frutto avvelenato di modo di produzione che non riesce a trovare forme di sviluppo sostenibile.

La rete deve diventare il luogo, fisico e virtuale allo stesso tempo, da cui far partire le rivendicazioni che uniscano gli interessi dei cittadini e dei lavoratori per la salvaguardia dell’occupazione e dell’ambiente per la riconversione produttiva degli impianti di morte, per opporsi con intelligenza alla logica mortale del “ divide et impera ” che il capitale impone in tutto il pianeta.

Così come riteniamo necessario combattere la privatizzazione del genoma da parte delle multinazionali farmaceutiche che prelude ad una medicina ipertecnologica per pochi ricchi finalizzata alla produzione e commercializzazione di farmaci basati sulla genomica e di kit diagnostici utilizzabili a fini di discriminazione e selezione su base genetica degli utenti.

Va parimenti rilanciata, coinvolgendo sindacati, giuristi e associazioni, la necessità di rimettere in discussione in tutta Europa la recente produzione normativa su pensioni, orari e turni di lavoro, licenziamenti e precarietà del lavoro, che configge apertamente con la legislazione sulla salute e sicurezza e con i principi generali fissati dall'OMS e dall'Agenzia Europea sulla Salute e Sicurezza del Lavoro.

Riteniamo imprescindibile lottare per estendere a livello mondiale i diritti dei lavoratori e delle popolazioni in difesa della Salute e dell’Ambiente, combattendo il decentramento delle lavorazioni industriali nocive alla salute nei paesi dell'Est Europeo e/o in quelli del Terzo e Quarto mondo, dove in nome del ricatto occupazionale si possono conseguire livelli di sfruttamento allucinanti.

Campagne

In questa fase di costruzione della rete è impensabile tradurre i nostri obiettivi in una piattaforma più articolata. Pensiamo tuttavia che sia possibile costruire i primi passi di un progetto più ampio ed esaustivo. Un progetto che non potrà ovviamente essere svincolato dalla crescita reale di un movimento che rivendichi il diritto alla salute.

Il seminario del 18-19 giugno a Salonicco ha individuato principalmente due campagne su cui articolare le mobilitazioni:

  • la prima per l’aumento dei fondi destinati dai singoli stati ai sistemi sanitari pubblici, che dovranno essere congrui al fabbisogno delle popolazioni
  • la seconda per garantire l’accesso alle strutture dei servizi sanitari a tutte/i senza distinzioni di reddito o di cittadinanza

E’ impensabile che in un momento come questo non venga denunciata la gravità delle ricadute che ci sarebbero sulla popolazione se i tagli decisi a livello europeo sulle risorse destinate ai servizi sanitari pubblici venissero attuati.

Sarebbe un modo per paralizzare e cancellare il Servizio pubblico, rivendicandone la privatizzazione come correttivo e aprendo in via definitiva il passaggio alla sanità delle assicurazioni.

Il diritto alla salute deve trovare un posto centrale e stabile nell’agenda di lotta dei movimenti contro la globalizzazione: nei contenuti del controvertice di Cancun contro il WTO come nell’opposizione al Trattato per la Costituzione Europea che sta per essere varata. Una costituzione a misura di banche e di capitali e dove non c’è spazio per l’intero sistema dei diritti delle popolazioni

Mobilitazioni

Il seminario di Salonicco propone una data di mobilitazione europea di tutte le realtà che aderiscono alla rete. Una giornata in cui esprimere il senso e il significato delle campagne promosse, sia quella per l’aumento dei fondi ai sistemi sanitari pubblici che in modo ancor più significato per il diritto di accesso alle cure agli esclusi.

La proposta è quella di organizzare una giornata di mobilitazione Verificando la disponibilità delle associazioni promotrici a farla coincidere con la giornata mondiale di lotta contro l’Aids, il 1 dicembre. Una mobilitazione fatta di presidi davanti a istituzioni governative o a strutture simboliche per le politiche sanitarie, o, meglio ancora, se possibile anche di scioperi per manifestare contro l’esclusione dal diritto alla salute.

Una proposta che vorremmo rilanciare proprio dal controvertice di Cancun per amplificarla e irrobustirne la portata e la partecipazione.

18 OTTOBRE  2013  SCIOPERO GENERALE

MANIFESTAZIONE  A ROMA

ore 10 da P.za Repubblica-P.za S.Giovanni

  PER  TUTTI/E

LAVORO, REDDITO , PENSIONE

CASA , SCUOLA, SALUTE , BENI  COMUNI

DIRITTI E  DEMOCRAZIA PARTECIPATA

 

CONTRO LE POLITICHE DI

AUSTERITA’, PRECARIETA’ , POVERTA’,

PRIVATIZZAZIONI E  DISOCCUPAZIONE

E CONTRO IL GOVERNO PD-PDL CHE LE IMPONE

 

RIBELLARSI  E'  GIUSTO ED INDISPENSABILE !

 

Invitiamo tutti/e a partecipare anche 

ALLE MANIFESTAZIONI LOCALI DEL 12 OTTOBRE IN DIFESA DEI BENI COMUNI E CONTRO LE “GRANDI OPERE”

 ALLA MANIFESTAZIONE  NAZIONALE A ROMA  DEL 19 OTTOBRE (ore 14  P.za S.Giovanni - Porta Pia) INDETTA DAI MOVIMENTI PER L'ABITARE

Il pomeriggio-notte del 18 ottobre,  e fino alla partenza del corteo del 19, “accampata” in P.za S.Giovanni, interventi dal palco, dibattiti nella piazza, concerto, teatro, cucina

 

CONFEDERAZIONE   COBAS

MANIFESTI